Il giornalista minacciato dalla mafia Borrometi rompe il silenzio: “I boss mi vogliono morto, e qualcuno vorrebbe aiutarli, isolandomi”

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Paolo Borrometi, giornalista sotto scorta dal 2014 per le sue inchieste sulla mafia nel ragusano e nel siracusano, rompe il silenzio che si era auto imposto e si abbandona ad uno sfogo sui social per denunciare i tentativi di discredito contro di lui ad opera anche di testate giornalistiche.

“Adesso basta, sono stato in silenzio ma davanti alle menzogne devo parlare!

Sono stato in silenzio, con il mio dolore e la mia paura, per tanto tempo, continuando a fare solo il mio lavoro. Ho pensato che il silenzio fosse la migliore delle strade, ma davanti alla falsificazione della realtà non posso che reagire pubblicamente.
Non ho replicato alle parole di chi, difendendo il capomafia Salvatore Giuliano (quello che per gli Inquirenti avrebbe ordinato il mio attentato), mi insultava e tentava di farlo passare come vittima.
Peccato che si dimenticava di dire come Giuliano sia stato condannato per mafia, oltre che per tanti altri reati, e sia stato in galera per oltre venti anni (e che ha un processo per minacce di morte nei miei confronti, tentata violenza privata, aggravata dal metodo mafioso).
Sono stato in silenzio quando un giornale online siracusano (il cui direttore è uscito da poco dagli arresti domiciliari) mi attaccava, pubblicando scritti di un capomafia, Alessio Attanasio, al carcere duro ed in isolamento (come fanno ad averli prima loro dei diretti interessati?).


Sono stato in silenzio, perché io ho fiducia nella Giustizia.
È questo un difetto?


Se fidarmi degli inquirenti e dei magistrati è un difetto, mi accuso: ho questo grande difetto.
Oggi, però, non posso più rimanere in silenzio.
L’ennesimo comunicato stampa di avvocati di pregiudicati, tenta di stravolgere la realtà.
Il Tribunale de Riesame di Catania ha, purtroppo, confermato il tentativo del gravissimo attentato con un’autobomba nei miei confronti e nei confronti della mia scorta.
Addirittura, cito testualmente, si dice che “sono accertati i contatti tra Giuliano ed il clan Cappello” per la realizzazione dell’attentato.


Forse per qualcuno il vero problema è che io non sia ancora morto, che sono vivo e continuo a scrivere.

Non rimango in silenzio questa volta, visto che parliamo non della mia (sola) vita, ma di quella di 5 persone della mia scorta, delle loro famiglie, dei nostri affetti, e non accetto che qualcuno continui con questo “mascariamento”.
Adesso basta.
I boss mi vogliono morto, e qualcuno vorrebbe aiutarli, isolandomi.
Mi affido, ancora una volta, a Voi.
Aiutatemi, aiutiamoci: solo facendo squadra potremo uscire da questo inferno, perché nella nostra Terra i simboli sono tutto e non si può più rimanere in silenzio”

Paolo Borrometi



Al giornalista Paolo Borrometi il nostro pieno sostegno e vicinanza.

Storyteller. Digital Strategist. Human. Ammiro la Comunità di Sant’Egidio.

Storie e segnalazioni, scrivere a danielecina1@gmail.com 

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